Ma l’Islam a scuola non è una provocazione: libertà religiosa e italianizzazione dell’islam?

Oggi molti media parlano dell’idea di “insegnare” islam a scuola: tutto nasce ad un convegno organizzato da due Fondazioni,  FareFuturo, di Fini, e  ItalianiEuropei, di D’Alema.

Dopo la proposta di legge per riformulare i diritti di cittadinanza, acco un’altro movimento trasversale a prescindere dal Governo in carica che elebora proposte sulle questioni interculturali.

Anzi, potremmo dire che l’intercultura è diventato territorio di convergenza e sperimentazione fino a divenire elemento di provocazione.

Mi vedo i due leader politici che concordano la linea…vedremo dove ci porta.

Spero non si tratti di apportunismo: interessante vedere che si riparla di Consulta Islamica, fondata da Pisanue  affossata da Maroni.

Entrando nel merito, sul sito di Fondazione FareFuturo troviamo un’approfondimento di Antonio Rapisarda:

“La proposta di un’ora di religione islamica nelle scuole italiane non è né una novità né una provocazione.

Al contrario. Ma ogni volta che se ne parla sembra che questo sia il pretesto per intromettere nella discussione politica un elemento estraneo.

I numeri dell’immigrazione e della presenza di fedeli di religione musulmana nel nostro paese, invece, parlano di altro.

Così come il cammino di questa proposta che negli anni ha visto politici, istituzioni e le stesse gerarchie cattoliche cercare di trovare un punto di accordo.

Segno che il problema persiste e che non è stato ancora risolto. La proposta allora – così come è emerso anche dai lavori di Dialoghi Asolani, il workshop delle fondazioni Farefuturo e Italianieuropei – si inserisce nel progetto della creazione di un islam italiano che sia allo stesso tempo un tassello del percorso dell’integrazione e un argine alla proliferazione dei ghetti religiosi.

Come ha spiegato Adolfo Urso – viceministro alle Attività produttive – questa proposta si inserisce come un passaggio «dell’altra faccia della medaglia. Dopo la severità delle leggi sull’immigrazione, il secondo passaggio è l’integrazione».

Ecco che la ragione dell’insegnamento del Corano nelle scuole serve a garantire prima di tutto due premesse, «ossia il principio della libertà religiosa e l’italianizzazione dell’islam.

Noi abbiamo l’esigenza di un islam che parli italiano e che sia pienamente inserito nelle regole e nel tessuto della società italiana. A questo fine strumento prioritario è l’insegnamento» spiega Mario Ciampi, direttore di Farefuturo.

Nonostante questo, le polemiche non sono mancate. La Lega, ad esempio ha considerato l’idea inaccettabile. «Non porsi il problema – continua Ciampi – significa lasciare la confusione che c’è e che a lungo andare insieme alla mancanza di integrazione potrebbe anche portare a problemi di ordine pubblico.

Se non è questa la via per un italianizzazione dell’Islam occorre in ogni caso pensare a delle alternative credibili ed efficaci che consentano di coniugare la libertà religiosa con la piena integrazione degli immigrati di religione islamica nel nostro Paese».

E questa misura, poi, andrebbe anche a impedire ogni tentazione iper-laica. «Attenzione ad evitare i rischi di un assimilazionismo alla francese – conclude il direttore di Farefuturo – che per paura delle differenze culturali rischia di mortificare, insieme alle proprie tradizioni cristiane, anche le altre specificità culturali imponendo un’omologazione al ribasso».

Lo stesso  paper presentato dal think tank – “Immigrazione integrata e cittadinanza di qualità” – chiarisce non solo che non si è trattato di una battuta ma soprattutto come questa proposta si innesti con altre proposte politiche: «Creare un clima favorevole di apprendimento è la principale via per ottenere un processo di integrazione efficace. In quest’ottica si propone anche di valorizzare il ruolo positivo delle religioni all’interno di uno stato laico, quale elemento importante nel processo formativo».

Il problema dello status quo, nel vuoto normativo, è chiaro: «La strada dell’insegnamento facoltativo delle religioni nelle scuole pubbliche – si legge ancora nel documento – è certamente preferibile alla presenza di scuole specifiche a fondamento religioso, che nel nostro contesto rischiano di diventare alternative e contrastanti, fonte di esclusione e di contrasto».

Come si vede, quello dell’insegnamento della religione musulmana nelle scuole si propone non solo come strumento per garantire il riconoscimento alla libertà religiosa, ma anche come un per evitare fin dal principio lo scontro di civiltà. E il dibattito sull’argomento non è una novità.

Già nel 2006 Giuseppe Pisanu, allora ministro dell’Interno, aveva proposto alla Consulta islamica l’introduzione dell’insegnamento dell’Islam nelle scuole come materia facoltativa.

Sergio Romano, poi, sul Corriere della Sera spiegava ad esempio come «nel momento in cui i musulmani sono grossomodo un milione e l’Islam è ormai la seconda religione italiana, mi sembra difficile negare agli uni ciò che viene concesso agli altri».

Il commento di Romano giungeva come una risposta all’apertura sull’argomento da parte del cardinale Renato Raffaele Martino che si era dichiarato d’accordo all’ora di religione islamica laddove vi fosse una richiesta da parte degli alunni: «Se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana non vedo perché non si possa insegnare la loro religione: questo è il rispetto dell’essere umano e il rispetto non deve essere selezionato».

La stessa Chiesa – in sede ufficiale – già ai tempi non si dichiarava pregiudizialmente contraria ma esponeva tutto sommato gli stessi dubbi della politica: la formazione degli insegnanti e il controllo qualora dovessero essere degli imam.

A conforto di questa legittima preoccupazione gli esempi in Europa non mancano.

Nicolas Sarkozy ha adottato la “via francese” all’ Islam. Inaugurata nel 2002, quando era ministro dell’Interno, dall’istituzione del Consiglio francese del culto musulmano, ha previsto la formazione di imam francesi, che studiano religioni, laicità, interculturalismo con l’obiettivo di formare religiosi che avessero conoscenze giuridiche e civiche di base per esercitare le loro funzioni in modo corretto.

Lo scopo, come è evidente, è stato quello di evitare o almeno limitare il sorgere di nuclei di fondamentalismo assicurando ai fedeli luoghi di culto che non sfuggano al controllo statale. Una proposta simile, rimodulata secondo le esigenze didattiche della scuola, sembra provenire dal viceministro Urso: «Dovrebbero essere docenti riconosciuti, italiani che parlano in italiano. Al limite anche imam, a patto che abbiano i requisiti e che siano registrati in un apposito albo. Stiamo parlando di insegnanti reclutati con criteri pubblici».

Come si può vedere, quindi, non si tratta di provocazione. Ma di una proposta politica condivisa tra settori della maggioranza e dell’opposizione. Non si comprende, a questo punto, la natura delle polemiche che hanno accompagnato. Perché se si vuole un islam moderato e integrato con la società italiana, e far emergere quel fenomeno sommerso dove prolifera la predicazione radicale, questo percorso non può che partire ed essere stimolato nel luogo dove ha inizio il percorso di ogni futuro cittadino: la scuola.

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